Ci sono almeno due motivi per continuare a parlare, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua pubblicazione de Il nome della rosa di Umberto Eco. Il primo è che è un romanzo fondato su una biblioteca. L’immaginazione, senza la memoria, è impossibile e la forma della memoria umana ha, di certo, a che fare con il libro. Le biblioteche, dunque, sono luoghi di immaginazione. Di futuro, di desiderio. Il secondo motivo riguarda invece il rapporto tra potere e comico. Il potere non ama il comico, preferisce il tragico. Il potere non ama che la gente rida di sé stessa o del potere medesimo. Il potere non ama il riso e il comico perché fanno disordine. In un presente dove la memoria viene considerata un fardello, dove all’ordine alfabetico ci si disabitua perché passiamo il tempo a inserire parole nelle stringhe di ricerca, e dove il riso è sempre più considerato insopportabile – tutto deve essere solenne, serio, scherzare non si addice al momento di tragedia – a Chiara Valerio rileggere Il nome della Rosa in occasione di una nuova biblioteca è sembrato l’unico libro possibile.